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Dodici maggi (1941-2001) vol I e II

Dodici maggi (1941-2001) vol I e II

Autore/i: Nello Landi
A cura di: Fabrizio Franceschini

Collana: Biblioteca di tradizioni popolari (5)

Pagine: 596
Formato: cm.14x22
Anno: 2003
ISBN: 88-467-0732-x

Stato: Disponibile
  • Descrizione

2 volumi indivisibili
Il maggio drammatico – fenomeno folclorico tra i più radicati e vitali nel panorama italiano ed europeo dei secoli XVIII-XIX – ha attraversato il Novecento e ha superato la soglia del XXI secolo, pur con momenti di crisi e fasi di latenza della tradizione. Qui si offre in proposito una documentazione di grande rilievo, presentando l’opera completa del poeta butese Nello Landi.
Si tratta di dodici testi, due dei quali in doppia redazione, che vanno dal Maggio di Giuditta e Oloferne scritto nel 1941, allorché l’autore aveva appena sedici anni, sino alla Cenciaiola di Firenze del 2001, primo esempio di testo integralmente comico in una tradizione ispirata a temi epici, sacri o comunque drammatici. Ma la vicenda della produzione del Landi è anche la vicenda di una comunità ove il maggio popolare ha assunto una forte connotazione d’autore, in un intreccio tra radicamento locale e proiezione nazionale o internazionale e in un continuo confronto con intellettuali di diversa epoca e formazione. In questo quadro il colono, segantino e falegname Nello Landi ha tenuto fermi principi e procedimenti tradizionali, imprimendovi però un suo particolare segno, nella consapevolezza di essere portatore di una tradizione che gli chiedeva di essere sviluppata.
L’ampia introduzione di Fabrizio Franceschini esamina caratteri, fonti, processi redazionali di questa produzione e mostra come essa si sia via via ispirata a diversi modelli linguistici, per approdare ad una formula in cui convivono arcaici istituti del linguaggio poetico ed aspetti stigmatizzati dalla tradizione grammaticale ma propri sia dell’uso toscano sia di una nuova norma dell’italiano più moderna, sciolta e colloquiale. Una ricca documentazione fotografica accompagna i testi e ne testimonia la dimensione scenica e lo spessore antropologico