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Prefazione
Di Carlo Sini
Linfinita
distanza tra le mani, le mie mani, ovvero le proprie:
Federico Leoni qui non parla daltro, a suo rischio e pericolo,
ammirevolmente, ma a ben vedere in buona e numerosa compagnia.
Un cammino apparentemente distrofico che però può
invocare lautorità di ciò che costituisce
il senso dellintera impresa filosofica: rendere problematico
o addirittura incomprensibile quello che tutti semplicemente
fanno e sanno, o, se si preferisce, credono di sapere e di fare.
Col che la filosofia è sempre di nuovo impegnata a svolgere
un sottile quanto ambiguo "elogio della follia", cosa che davvero
Leoni comprende come pochi, visto che tutta la sua formazione
e il suo lavoro si è dapprima iscritto nel segno di un
ripetuto dialogo tra due: filosofia e psicopatologia appunto.
Dialogo o soliloquio?
Anche le mani, le
mie mani, sono "due", ma solo per un terzo, quel terzo appunto
che "io" sono. E questo è tanto vero che, come
scoprì Cartesio, basta che tolga loro il mio riconoscimento
che forse scompaiono, non mi appartengono, non ci sono più,
escono dal campo della mia coincidenza per divenirmi estranee
come un sogno o il delirio, appunto, di un pazzo. Ich schalte
und walte: io regno e domino sul mio corpo, disse una volta
Husserl, qui citato sottilmente da Leoni, ma non è vero.
Già Kant sapeva che è necessario un "oscuro maneggio"
per far sì che lio e il corpo si tocchino, dando
luogo alle figure primordiali delle cose del mondo.
Quanto a loro, alle
due mani, esse si corrispondono, certo, e tuttavia mai zugleich,
"allo stesso tempo" (come ancora diceva Husserl), ma sempre
in una differenza e distanza incolmabili: la differenza stessa
dellattività e della passività, della "interiorità"
delluomo e della "esteriorità" del mondo, del soggetto
e della cosa, del Leib e del Boden, dello spirito
e della natura. Ritmo appunto di uninfinita distanza e
dellattesa di un ritorno: desiderio di una conferma.
Poiché una mano, certo, afferra laltra: cosa cè
di più semplice e familiare? Ma lei, fosse per sé,
non sa se davvero lha afferrata come mano,
cioè penetrandola e attivandola nella sua qualità
di mano: come può saperlo se laltra non risponde
e corrisponde? E laltra poi, che nella sua immobile e
originaria passività si sente invasa e quasi incredibilmente
mossa, potrebbe forse domandare, come la paziente psichiatrica
ricordata da Jaspers e De Martino: "È accaduto qualche
cosa, dimmi dunque che cosa". E così torna in gioco il
"terzo".
Non sappia la destra
quel che fa la sinistra: nobile esortazione morale che ha il
sapore del paradosso del donatore caro a Derrida; ma Husserl
se ne stava nascosto un po più in là, perché
chiedeva, prima ancora: come fa la destra a sapere
della sinistra e che senso ha questo sapere? Col che
lintero destino di Merleau-Ponty era segnato, per non
dire daltri che qui Leoni evoca e ricorda con ammirevole
acume e precisione. Anche Kant, a cui non casualmente era dedicato
il precedente libro di Leoni, e anche Fichte, per esempio, molto
tempo prima, vi si erano scontrati.
Nella breve distanza
delle (mie) due mani sta in bilico lintero spazio inconcepibile
del mondo e lintera inconcepibile differenza del tempo
(come potrei averli, infatti, senza questo "schema corporeo"?).
"Secondo la legge del tempo", dice la prima frase della filosofia:
giudizio la cui sin-tassi non si può iscrivere in un
sapere semplicemente o esplicitamente "positivo": croce e delizia
della fenomenologia; di Heidegger e, prima ancora, di Husserl,
che pur volevano ostinatamente por mano alla verità (alla
verità del tempo e al tempo della verità). Ma
più la inseguivano scavando originalmente nel "mondo
alla mano" (indubbiamente la loro "specialità", anche
se diversamente configurata), più la perdevano di vista
e sfuggiva loro di mano, e così il mondo, poi. Leoni
ripercorre con sensibilità e maestria questa avventura,
procedendo per abilissimi scandagli, spesso giovandosi di testi
sorprendenti quanto inusitati; la descrive e la coniuga con
un orizzonte affascinante di temi e di problemi, di opere e
di autori, che aprono alle più imprevedibili interpretazioni:
non per mero gusto erudito o sfoggio culturale, ma per la più
vitale delle ragioni; per evitare cioè il pericolo che
accada ciò che sempre può accadere e che si può
evocare con lefficace espressione di Bruno Callieri: "quando
vince lombra"
La fenomenologia
(la filosofia) fronteggia da sempre la multiversa "esplosione
del senso", la sua dissoluzione continua e la più che
metaforica ombra del sole nero in agguato nellora meridiana:
là dove, nel centro immobile della luce e del tempo,
il rischio dellinevitabile trapasso vaneggia sulla soglia:
dove, diceva Nietzsche, non cè più terra
alcuna, perché non cè più né
destra né sinistra, né avanti né dietro,
né alto né basso. In proposito Leoni ha ragione
di ricordare "la necessaria declinazione monadologica della
fenomenologia", ben compresa a suo tempo da Enzo Paci: paradosso
della soglia e del transito che lega il corpo al mondo e che
insieme li distingue e li separa; paradosso della parte che
ha in sé il tutto e del tutto che non è tale altro
che in figura, cioè nello schema e nello schermo della
parte; in una parola: paradosso della prassi. Enigma perciò
della distanza che, sebbene già sempre varcata, come
nella famosa sfida di Achille e la tartaruga, si ripropone sempre
da capo come impossibilità e inconcepibilità del
movimento e del transito. Aver da essere il mondo essendolo
già, averlo da raggiungere essendone già invasi,
essere permanentemente divisi fra due luoghi, fra "due terre"
che mai si identificano nel "medesimo" e che però si
figurano come "lo stesso": itinerari dellora meridiana
che vaneggiano nellistante che divide i sentieri della
notte e del giorno; pericolo iscritto in quella luce che non
conosce ombre: minaccia fatale e canto di sirena più
pericolosi dellombra medesima, dalla quale almeno si può
talora sperare di risalire.
Molti anni fa, nel
suo libro più importante (Scienza nuova e ragione,
Bari 1961), Giuseppe Semerari azzardava: siamo "mondo" perché
siamo "figure in movimento". E aggiungeva che "il corpo, avanti
le teorizzazioni filosofiche e scientifiche, è il progetto
di comportamento di un io" (p. 163). Progetto "gettato"
e nondimeno recuperabile e recuperato dal desiderio di "oggettività"
che è la "carne" stessa dellio. Allievo di Carabellese,
spinoziano, kantiano e merleau-pontiano di limpida ascendenza,
con questo spunto Semerari spingeva di fatto in direzione di
una comprensione "etica" dellimpresa fenomenologica. Prendersi
cura dellio per prendersi cura del mondo; prendersi cura
del mondo per prendersi cura dellio. Prendere in mano
il proprio destino per diventare quel che si è. Gli itinerari
e gli orizzonti che Leoni qui ci propone hanno, a mio avviso,
a loro volta una dimensione "etica": invitano ad abitare il
proprio corpo sapendo di doverlo sempre di nuovo, immer wieder,
raggiungere; suggeriscono di abitare a occhi aperti il mondo
conoscendone il rischio e sapendo in ogni istante di poterlo
perdere.
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